El Calafate | Argentina

È solo una tappa di un percorso, di un incontro con gli uomini che respirano la terra situata alla fine del mondo. Sono storie raccontate sottovoce da uomini semplici, forse a tratti anacronistiche ma sempre sincere. Sono storie ascoltate con un Mate – la bevanda sacra dell’ospitalità argentina – tra le mani, durante una lunga notte nella pampa patagonica. E alla fine si scopre e comprende che Minimal Histories è come la storia di ognuno di noi, dove almeno una volta abbiamo dovuto affrontare e percorrere i nostri timori e paure.
È accaduto a Thomas, che dalla lontana Cornovaglia è arrivato fino a qui per sentirsi meno solo e lasciare tutti i suoi pensieri agli amati cavalli. A Ricardo il guardiano del cancello di quella terra dove la vita viene data e tolta. Anche ad Javier, a Bernardo e a Santiago: piccole storie come piccoli e spaventati sono gli occhi delle loro pecore. Ma pur sempre storie di giganti, di patagoni, semplici storie di uomini.

Thomas in Cornovaglia allevava cavalli. Li ha visti nascere, con loro è cresciuto.
Ereditando il sapere dal padre conosce ogni cosa di loro: gli atavici nomi – non quelli dati dall’uomo -, il loro senso di libertà, la vena selvaggia che pulsa in ogni purosangue.
Thomas ha 24 anni e oltre ai cavalli ama disegnare. È giunto dall’Europa con un unico grande desiderio: ascoltare il rumore del silenzio di una terra sconfinata che ha alimentato la fantasia di molte generazioni prima di lui, e dopo averne assorbito ogni singola nota silenziosa, disegnare sul suo quaderno un’unica linea.
Quella linea che i suoi occhi ogni giorno scoprono all’orizzonte.

Ricardo, nato in una famiglia di gaucho di origini Tehuelche, sin da bambino i suoi occhi sono rimasti ammaliati dalle sconfinate distese della Patagonia. Con il volto duro, comune agli abitanti del luogo fatto da rigidi e ventosi inverni e brevi estati, incarna il significato profondo del termine huacho che in lingua quechua significa “senza terra”. Salito sul dorso di un cavallo ancor prima di imparare a camminare, Ricardo – e prima di lui suo padre e suo nonno – è un selvaggio bianco che vive lontano dalla vita moderna.
Ricardo ha 46 anni, vive alle pendici delle Ande e non ha mai visto una grande città.

Javier viene dalla lontana Andalusia.
Ha attraversato l’oceano portando con sé una passione della sua terra: la danza. Giunto in Argentina si è spinto fino al sud del mondo – in Patagonia – lasciandosi trasportare dai balli e delle danze del luogo, fatti di tango, di bolero, di cumbia, di continue contaminazioni dei popoli andini al confine tra Cile e Argentina.
Javier ama la vita, ama le cose semplici che soltanto un’esistenza a contatto con la terra è capace di regalare.
Javier ha 35 anni, parla tre lingue, e alla Fin del Mundo ha scelto di perdersi, per continuare a cercare il ritmo della sua danza.

Bernardo è un ragazzo di città.
Viene dal nord, in una zona dell’Argentina dove le stagioni cadenzano ancora il ritmo delle giornate. Dove le caldi estati umide obbligano al riposo lungo le spiagge del Rio de la Plata.
Bernardo ha 24 anni e da 4 anni passa la sua estate in una estancia del Parco Glacial, ai piedi delle Ande. Bernardo non è un huacho – suo nonno lo era – e forse per il gusto della ricerca e del viaggio, ha deciso di ripercorrere la storia della sua famiglia tornando a vivere e lavorare dove tutto ha avuto inizio, perché non c’è nessun futuro per l’uomo che ignora il proprio passato e avvicinarsi ai confini del mondo permette di scendere in fondo a se stessi.

Santiago ha 18 anni e nel suo paese, la Colombia, studia per diventare un giorno dottore in medicina.
Ha scelto di prendersi un anno sabbatico per viaggiare in America Latina alla scoperta dell’origine della sua radice. E come una storia che si ripete, in questo suo viaggio sta scoprendo un mondo nascosto fatto di semplici gesti e profondi sguardi. Guadagnandosi il rispetto e la fiducia partendo dal basso, sporcandosi le mani con chi quella terra la calpesterà per tutta una vita.
Santiago tornerà nel suo paese e, forse, oggi è gia un brillante medico. Alla Fin del Mundo, lui era giunto con una promessa fatta alla madre: “non abbassare mai lo sguardo”.

Ricardo ha 40 anni, argentino di sangue.
La sua storia nasce molto prima della sua stessa coscienza. Ricardo ha il compito di preservare una delle più grandi tradizioni della cucina argentina: l’Asado.
E l’asador, che incarna la vita trasformando la morte, è come un sacerdote chiamato per accompagnare il trapasso. Sua è la responsabilità della tradizione, suo il privilegio di rendere il convivio degli uomini la sera.
L’asador Ricardo cura la vita procurando la morte, cucina le carni secondo le regole dei nativi e il ritmo della terra.
E sotto le sue esperte mani e gli antichi gesti di coltello, il bestiame cresciuto nelle sperdute pianure della Patagonia si trasforma e diviene forza, diviene rito famigliare. L’asador è un artigiano e nella persona di Ricardo diventa un artista.